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Sputare sul piatto dove si mangia.

In questi giorni mi è capitato fra le mani - più per scherzo che per mio impulso - un bel saggio.

Sono già partito male, perchè di solito, quando voglio parlar male di qualcosa mi riferisco sempre agli oggetti e non a quello che contengono. Ebbene, questa volta non ho la minima intenzione di criticare. Il libro mi piace e basta. Ovviamente la cosa non finisce qui. Sarebbe troppo bello. Il punto non è il libro, infatti.

Dovete infatti sapere che la mia vecchia (nel senso del tempo che passa, non dell'età) amica Monica ha scritto questo bel saggio a due mani assieme ad un suo collega e ne ha ricavato una sorta di intervista / indagine fatta ad un gruppo di giovani musicisti e l'operazione ha fatto emergere a più riprese una piccola e malcelata critica / amore spasmodico verso la terra che da qualche decennio pure io mi ostino a calpestare e che - pur sputando sul piatto dove mangio - continuo ad odiare.

Si, amici, io odio il Veneto. E odio tutti i veneti.

I veneti sono intrisi di un melenso buonismo legato alla cantilena del loro dialetto (pure mio), ma mai ipocrita. Sono costantemente alla ricerca di tempo. Se un giorno avesse 25 ore a loro ne servirebbero 26. Pensano che 'tutto una volta era meglio di adesso'. Sono irrimediabilmente e costantemente affaccendati in qualcosa, in un lavoretto, in un passatempo (che altrove sarebbe considerato secondo lavoro) che devono per forza di cose cercare la giustificazione del loro essere sempre attivi nel capro espiatorio del micheasso di turno. Anche quando il micheasso di turno il più delle volte è uno che ha le sue rogne e probabilmente non gliene frega nulla di avere un 'passatempo' ma - qui emerge il secondo elemento - il provincialismo e il volere a tutti i costi farsi gli affari degli altri impone un giudizio su tutti quelli che non si conformano.

In tutti questi anni ho visto un bel po' di persone e ne ho conosciute alcune.

E tutte hanno una sorta di terrore atavico misto ad un istrionico rispetto nei confronti del fumoso incenso che si sprigiona dalle sottovesti degli emissari di santa romana (non me ne vogliano, ce l'ho pure io). Eppure ne parliamo male (come sto facendo io ora). E tutti abbiamo anche la certezza statistica propria dei veneti di avere un parente o un amico (o entrambi) che fa il prete o la suora e con cui ci si confronta tranquillamente come se fossero più degli sciamani che degli ufficiali di sua eminenza.

Io odio.

Odio tutto questo quieto vivere.

Questo tenere sempre la testa bassa.

Questo non capire che - di fatto - questa è la nostra terra (e anche i nostri tanto odiati capannoni). Questo volere a tutti i costi non sporcarsi le mani e poi vedere che - alla fine - ci si fida. Anche di chi la fiducia nostra non la merita (e i fatti ultimamente sembrano darmi ragione - o no, cari amici padani?). Odio soprattutto l'ipocrisia di chi difende delle inesistenti ancestrali scelte urbanistiche, armoniose nei confronti della vista del Grappa o del Cansiglio o del che altro monte vi venga in mente.

Forse nessuno lo sa ma fino a duecentocinquanta anni fa da San Giorgio in Bosco a Castelfranco Veneto si estendeva una fitta boscaglia e il territorio era abitato da loschi figuri. Di sicuro quando il disboscamento ha avuto inizio chi ci viveva (nel bosco) avrà avuto da recriminare. Così come chi - a territorio disboscato - ha cominciato a vedere nascere le prime strade extraurbane... Adesso è la volta dei figli dei contadini (o i nipoti) e di tutta quella elite che 'vuole tenersi fuori' dalla politica.

Beh, sappiate che tutto è politica. Anche il tenersene fuori. Sempre.

Che schifo tutto questo cemento, vero? Io mi sveglio alla mattina e vedo la statale.

Dalla statale vedo l'ospedale di Castelfranco e in lontananza le torri delle granaglie della Veronesi. E posso garantirvi che non me ne frega proprio niente. Perchè ho in mente cosa devo fare quando arrivo in bottega. E il fatto di vedere i colli euganei o la cima del Grappa mi dà tanto da vecchio alpino rincoglionito che deve a tutti i costi - quando va a Bassano - imbeversi di grappa e andare sul ponte a cantare 'tapin tapum'. Ma per piacere!

E se il capannone vi rovina il paesaggio, sono altrettanto convinto che anche i nostri nonni tanto content i non erano quando dormivano in stalla vicino alla cacca delle mucche, perchè quello era uno dei posti più caldi. Gli antesignani delle biomasse.

Sento tanta puzza, tantissima puzza. E non mi riferisco alla cacca delle mucche dei nostri nonni.

Gente che ridicolizza il tessuto artigianale/manifatturiero ma che ci campa con questo. Esattamente quello che sto facendo io adesso: sputare sul piatto dove si mangia.

Questi critici del tutto contro tutti. Questi eroi delle guerre tra poveri.

Gente che non fa la benchè minima piega sul fatto che la benzina costa 12 euro al litro, se non il dire che 10 euro vanno in tasse ed è uno schifo perchè così si ammazzano i trasporti (che in teoria non vogliono, perchè i trasporti implicano strade e le strade rovinano il paesaggio. O no?).

Si, ma è la benzina ad essere sbagliata. Non le tasse.

E i veneti hanno questo virus. E questo virus del lamentarsi sommessamente si è esteso in tutta Italia. Tutti si lamentano sommessamente. Tutti. Nessuno che proponga qualcosa. Adesso tutti parlano di crescita sostenibile, di agricoltura didattica, di percorsi ciclabili, di aria pulita... E sono cose buone e giuste (amen). Ma ce ne fosse uno che ha una proposta.

Volete che parliamo di fattoria didattica? OK! Ma le fattorie didattiche servono ai bambini. Ma se nessuno fa figli a chi servono le fattorie didattiche? Ai figli degli extracomunitari. Maledetti extracomunitari. Che rovinano, rubano, spaccano, si ubriacano, puzzano. Stereotipi che i veneti si portano dietro ancora dai tempi in cui gli abitanti di Eraclea fuggirono verso Rivoalto per fuggire alle orde di Attila. Stranieri che arrivarono a più riprese per conquistare e distruggere.

E intanto le nostre elite si trovano alle 17.55 in piazza a bere lo spriz in piedi e a ubriacarsi perchè il futuro è incerto per colpa di qualcun altro. Il nostro futuro non esiste fintanto che non lo prendiamo in mano e ce lo gestiamo noi. Magari sbagliando.

Uno che - oltre ai paroloni - avesse il coraggio di dire come farle queste cose. Uno che abbia la decenza di stillare una lista di cose da fare per ottenere quei risultati. Uno.

Io odio i veneti che parlano in dialetto per estrapolare dei clichè. Ecco l'ho detta. Si li odio. Fanno colpo sulla massa. Perchè la massa si identifica in questi modelli. Anzi, no. Li fa ridere. Fa venir fuori il campanilismo della porta accanto. Il fatto di vedere sul palco otto ragazzi travestiti dalla loro odiata suocera, dal loro vicino imbecille che zappa dalla mattina alla sera, dal metalmeccanico idiota con il mutuo sul mercedes per andare a fare il signore in piazza (ma esiste ancora?).

Io non rido. E non mi fa ridere neppure questa storia della patente di artista. Quando una persona si chiede - facendo qualcosa di vagamente artistico 'sono stato capito?' allora non ha capito proprio nulla di quello che sta facendo.

Fare arte significa in primis fare qualcosa per se stessi. Poi gli altri che facciano un po' quello che gli pare. Se capiscono bene, vendo. Altrimenti, amen. Cambio genere. La critica che ho sempre mosso ai cantanti napoletani è che si lamentano sempre, hanno questa sguaiatezza del parlare e questo clima sempre di costantemente addolorato. Pure quando fanno l'auimmaue'... Eppure non ho mai visto un napoletano che canti senza essere convinto di quello che fa. Sono convintissimi di mandare in giro per il mondo (Ischia inclusa) il loro messaggio.

I veneti no. I veneti si travestono da metalmeccanico, cantano utilizzando le basi di altre canzoni o le riarrangiano (il che potrebbe anche essere una cosa positiva). Ma parlano di emerite puttanate. E hanno una fottuta paura di essere giudicati per quello che dicono. E fanno bene. Probabilmente mi sto accanendo troppo per il semplice fatto che ho in mente i soliti noti.

Ma essere artisti e avere successo non sempre sono cose che si accompagnano. Esistono quelli che lo fanno perchè sono convinti e quelli che lo fanno perchè lo sono. Capire la differenza, specie quando si va per sagre, è veramente dura.

I gruppi come Elio e le storie tese (e io ne so qualcosa, fidatevi) nascono come band dell'oratorio. Fenomeni di aggregazione dove si suonava alla bell'e meglio. Ma che si sono evoluti e hanno fatto del perfezionismo la loro bandiera. Ma ci sono voluti quasi trent'anni perchè la gente desse il merito dovuto ad uno come Bellisari (Elio). Eppure anche loro sono partiti così. Scimmiottando Ligabue. Prendendo per il culo Patrick Hernandez e la discomusic. Utilizzando le basi delle canzoni di chiesa. Ma non voglio tediare nessuno con le mie appendici pseudostoriche.

Ritorno sui miei passi. Ho sentito parlare di città diffusa.

Una mia insegnante mi aveva infarcito la testa di queste cose.

E - per un certo periodo - io ci avevo pure preso gusto nell'analizzare e trovare riscontri a queste teorie, ai modelli neo-kristalleriani e ai postumi neo-malthusiani che ancora oggi macinano proseliti, sebbene nessuno abbia ancora capito per quale motivo non ci siamo estinti circa centoventi anni fa (come avevano ipotizzato gli economisti dei primi dell'800).

Il problema è che la geografia, le teorie economiche e pure i modelli matematici sono approssimazioni. Buone quanto si vuole, ma pur sempre approssimazioni.

Manca sempre quel margine di errore, quell'elemento umano che fa la differenza e se questi anni di sviluppo sono stati anche anni di cemento. Di cave. Di allevamenti chiusi e di intensivizzazione delle colture. Beh. Questo è anche colpa dei tanti giovani (e non più tali) che hanno sputato nel piatto dove hanno continuato a mangiare e se ora si ritrovano a mangiare sputi la colpa non è solo dei loro nonni e dei loro padri, ma è anche loro. Perchè i loro nonni ed i loro padri pensavano che forse un giorno tutto questo sarebbe stata una comoda eredità e che nessuno si meritava di dormire vicino alla cacca di mucca.

Ed io, io ho qualche colpa? Io credo che fatta qualche eccezione, devo andare indietro di qualche generazione prima di trovare nella mia famiglia un contadino 'professionista'. Testimone di questo è il fatto che io viva in una cittadina, faccia una decina di chilometri per arrivare al mio paese di origine e lavori in una bottega che ha al suo attivo tre generazioni e da tre generazioni non si sia sporcata di terra se non di quella nei vasetti dei fiori sul terrazzo o nei sei metri quadrati del giardino di casa.

Per essere sinceri io sono per l'asfalto. Puro. Ed il verde mi piace fuori, non a casa mia.

Ora non venite a tirarmi fuori la storia che senza l'agricoltura non si può vivere. Non si può vivere senza aria. Senza acqua. Ma l'agricoltura è necessaria tanto quanto l'industria che la rende commestibile. Ed i servizi che la rendono fruibile. Tutto serve. Anche i capannoni. E anche i condomini che oscurano la vista del grappa. Perchè lì ci vivono gli extracomunitari che vanno nelle fabbriche che puzzano a confezionare i cetrioli. Oppure vanno per i campi a spargere il concime (chimico). Oppure si mettono sul furgone e vanno a distribuire gli scatoloni per i supermercati e le botteghe. Perchè i veneti queste cose non le fanno. Devono guardare il grappa e pensare a come nel medioevo la gente vivesse meglio, guardando il grappa. Quante bestemmie che mi verrebbe da tirare in questo momento.

E' inutile fare ricorsi storici sull'ideale del 'buon caro e vecchio contadino'. Io credo che il contadino sia tutto tranne che buono, caro. Forse - oggi - vecchio. Il contadino è tirchio, taccagno, cattivo, insolente, odia le bestie testarde, chiama le vacche per nome e poi le porta al macello senza tanto pensarci, maltratta la terra, non rispetta nulla, per il semplice fatto che deve arare, concimare, trebbiare, governare, ammazzare, macellare, diserbare, potare, tagliare, spezzare... Vado avanti? In una parola il contadino è un semplice mezzo con cui la società cerca di mantenere i terreni 'rapiti' alla natura. Ma non crea un emerito cazzo. Non fa nulla di buono, se non per il suo stomaco e quello dei suoi cari. Quindi se la visione etica del Veneto deve essere quella di una comunità rurale in cui vi era una comunità solidale e buona... Beh. E' meglio cambiare timbro.

Quella veneta era una comunità rurale chiusa e fortemente localizzata (ne è prova tutt'ora la fortissima componente campanilistica che serpeggia anche all'interno dei borghi dello stesso paese. Vi ricordo che San Martino - il mio paese di origine - oltre ai distinguo con le frazioni è a sua volta divisa in due fazioni -pur non belligeranti - ma assolutamente nette), figlia di vecchie vassallaggini dove i servi affrancati continuano la tradizione di non farsi invadere dalla natura e dove i 'confinati' cercavano una vita migliore (tutta la zona sopra citata da San Giorgio fino a Castelfranco era considerata terra di confino).

Basta finisco qua.

 

Nota del mattino successivo: preso dal sonno com'ero ovviamente ho sfiatato completamente il subconscio senza dare minimamente retta alla parte grammaticale e - soprattutto - a quella sorta di autocensura tipica di noi veneti. Più tardi, se ho tempo vedo di 'bruscare e rame marse' e, soprattutto, di attivare sin d'ora i vostri commenti. Sempre accettati con la puzza sotto al naso.

 

nota del giorno dopo: sono già molto più contento. Ho sistemato il casino fatto e - la sorpresona - è stata che i lettori sono schizzati a 150. Grazie ancora.

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